In questo periodo in cui sto assistendo mia madre che è in fin di vita rifletto sulla forza che ha avuto questa donna e la malattia che l’ha colpita.

È stata una donna con una grande energia mia madre, con un carattere determinato, tenace e volitivo.

Io e mia sorella, non siamo mai riusciti a capire quanto avesse amato mio padre, perche ci sembrava, nei loro litigi, che non si sopportassero. Eppure i fatti hanno smentito questa apparenza, hanno smentito l’opinione che noi figli ci eravamo fatti del loro matrimonio. Il loro era solo pudore, un contegno appreso da una educazione familiare in cui si faceva così.

Nemmeno un mese dopo la morte di mio padre, come in tante coppie, lei si è ammalata e quello che diceva nei suoi momenti di maggior sofferenza era: “mi manca il sangue”. Per chi come me studia e interpreta i messaggi subliminali di ciò che ci accade era chiaro che il sangue di cui parlava non era quello che le scorreva nelle vene ma il sangue del suo sangue: suo marito. Ed è stato come un voler seguire la persona che nei fatti, e non nelle chiacchiere, è stata la sua anima gemella.

Tutto ciò mi ha portato riflettere sul senso della malattia.

Se siamo legati a qualcuno o aggrappati a qualcuno che non vogliamo lasciare andare quella persona quando va via ci trascina a se o peggio siamo noi che le andiamo dietro. Ma non sapendo dove va chi la segue entra in un oblio in cui è facile che perda se stessa.

Ed è così che la malattia, come una forma pensiero che concretizza le emozioni, si crea. Le nostre emozioni, soprattutto quelle di cui non siamo consapevoli, che rimuoviamo perché troppo dolorose o perché non vogliamo ammettere di provare, prendono consistenza come se fossero un essere che nasce da un pozzo profondo e misterioso.

Questo essere o forma pensiero è la malattia che piano piano diventa così forte fino ad diventare invicincibile. Gli sciamani dicono che per guarire occorre mettersi in contatto con questo essere e negoziarci. Loro sanno bene quanta fatica serve per strappare dalle loro grinfie il loro stesso creatore. Si perché tra malato e malattia c’è lo stesso rapporto che sussiste tra creatore e creatura e quando la creatura diventa più forte del suo stesso creatore allora fa di tutto per portare a termine il motivo per cui è stato creata.

A volte, ciò che nasce per un motivo accidentale se non tenuto sotto controllo e domato, può diventare più forte di noi fino a dominarci. Altre volte ciò che nasce ha un intento, un progetto sensato, una finalità che gli diamo noi stessi inconsciamente e che può essere proprio quello di portarci verso la morte ma, poiché non possiamo ammettere di avere un simile intento, deleghiamo qualcos’altro che fa per noi quello che noi non riusciremmo a fare. La malattia diventa un delegato delle nostre ombre più segrete.

Da questa prospettiva possiamo vedere la malattia come un essere creato da noi o da altri, con un motivo e che, se non controllato in tempo, può prendere il sopravvento fino a dominare il nostro destino.

Quindi per combattere la malattia occorre innanzitutto sapere perché è stata creata, da chi e quanto è forte. Poi si può affrontare la lotta o negoziare a seconda se non vuole mollare la sua vittima o se invece è disposta a lasciarla andare. Per affrontarla, insomma, bisogna trattarla non come un’idea astratta ma come un entità. Entità che fa il suo dovere, fa quello per cui é nata e vuole nutrirsi. Non è né buona né cattiva, anzi dal suo punto di vista è buona, invece dal punto di vista del benessere è cattiva.

La malattia la vinci con la consapevolezza, l’energia e soprattutto con l’intento fermo di voler vincere.

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